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I MARTEDI’ CRITICI – BIZHAN BASSIRI

BIZHAN BASSIRI

30 aprile 2013, ore 20.00

Chiostro del Bramante, Roma

a cura di Alberto Dambruoso e Guglielmo Gigliotti

con la collaborazione di Laura Lionetti e Eleonora Aliano

 

Il terzo appuntamento dell’edizione di primavera dei «Martedì Critici» al Chiostro del Bramante di Roma vede protagonista Bizhan Bassiri.

L’artista italo-persiano ha dato vita in 35 anni di attività a una mitologia personale di forme, oggetti e soggetti, che hanno alla radice il «pensiero magmatico», ovvero l’insieme di assiomi e sentenze che Bassiri, scultore e poeta, ha raccolto nel tempo attorno alla propria opera. Le «Erme» di pietra lavica, le grandi «Meteoriti» in bronzo, gli «Specchi solari», le «Serpi mercuriali», le «Evaporazioni» di rappresa cartapesta, i «Dadi della sorte» con tutti i sei lati contrassegnati dal sei, sono i capisaldi di un’idea di arte percepita come primordiale e assoluta, sostanzialmente senza tempo, per cui, come dichiara l’artista, «l’opera d’arte nel mondo è meteorite proveniente dal cosmo, non appartiene alla terra, ma le appare». Un’arte che sgorga come lava dalle viscere della terra o che giunge dal cosmo dopo viaggi di milioni di anni, capace di sposarsi quando con la musica, come in tante mostre-concerto allestite da Bassiri, o con la natura, come ne «La Stanza del Poeta», realizzata in un boschetto di querce sulle colline d’Abruzzo.

Biszhan Bassiri, nato a Teheran nel 1954, si è trasferito nel 1975 a Roma, dove si è diplomato all’Accademia Di Belle Arti nel corso di Scenografia di Toti Scialoja, avendo come compagni di corso Marco Tirelli, Pizzi Cannella, Nunzio, Gianni Dessì e Bruno Ceccobelli. Attualmente vive tra la capitale e San Casciano dei Bagni, presso Siena. Dal 1984 ha tenuto personali presso la Galleria Pieroni, La Nuova Pesa, Volume!, Oredaria arte contemporanea, il Camec di La Spezia e Musei archeologici di Napoli (2004) e di Venezia (2011), dove ha sviluppato un dialogo tra le sue opere e i capolavori dell’antichità. Nel 2009 si è svolto al Teatro Argentina di Roma l’«Evento Manifesto del Pensiero Magmatico», con musiche appositamente composte. Due anni dopo, presso La Nuova Pesa, «La Notte del Pensiero Magmatico» ha visto un reading di Simona Marchini e la collaborazione di Bruno Corà, curatore di molte mostre di Bassiri. Nel marzo 2013 ha esposto assieme a Jannis Kounellis presso il Salone Vanvitelliano della Biblioteca Angelica di Roma.

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I MARTEDI’ CRITICI – ALBERTO DI FABIO

ALBERTO DI FABIO

16 aprile 2013, ore 20.00

Chiostro del Bramante, Roma

a cura di Alberto Dambruoso e Guglielmo Gigliotti

con la collaborazione di Sara De Chiara e Laura Lionetti

 

Ospite del secondo appuntamento di primavera dei Martedì critici al Chiostro del Bramante è Alberto di Fabio.

Istradato dal padre artista all’amore per l’arte, e dalla madre insegnante di scienze naturali all’amore per la scienza, Alberto Di Fabio ha sviluppato nella sua ventennale pittura una sintesi dei due approcci all’esplorazione della realtà. Scienza della forma (il padre Pasquale Di Fabio è stato artista di rigorose astrazioni) e forma della scienza hanno dato così vita a un universo iconografico in cui sposare, in una sola concezione d’immagine, prospettiva microscopica e afflato macroscopico. L’interesse del pittore per la natura spazia dalla microparticella subatomica al cosmo, passando per neuroni e fotoni, in una messa in scena, alimentata da inesausto stupore, delle infinite forme del mondo e della vita. Ritenendo la pittura un organismo in sé, Alberto Di Fabio usa sovente allestire le sue mostre in forma di grande insieme di quadri, disposti a mo’ di pitto-installazione, nel rispetto dell’idea che i quadri – come recita il titolo di una sua recente mostra – siano «Giardini della mente».

Nato ad Avezzano nel 1966, Alberto di Fabio, diplomatosi all’Accademia di Belle Arti di Roma con Enzo Brunori, ha iniziato ad esporre giovanissimo, nel 1989, in una collettiva da Alessandra Bonomo, a Roma. Dopo la prima personale presso lo Studio Stefania Miscetti nel ’94, curata da Ester Coen, Di Fabio ha tenuto numerose personali in tutto il mondo, tra cui cinque, dal 2002 al 2011, nelle sedi della Gagosian Gallery di New York, Londra, Atene e Beverly Hills. In Italia sue personali sono state tenute, tra l’altro, presso S.A.L.E.S. (Roma), Umberto di Marino (Napoli) e Pack (Milano). Nel 2012 ha esposto un gruppo di 60 lavori alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Dal 1994 al 2001 Alberto Di Fabio ha vissuto a New York. Artista di fama internazionale, Di Fabio non ha mai smesso di alimentare il suo legame con il nativo Abruzzo e il paesaggio che lo caratterizza.

 

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I MARTEDÌ CRITICI – MARCO GASTINI

MARCO GASTINI

12 marzo 2013, ore 19.30

Museo Pecci, Milano

a cura di Alberto Dambruoso e Marco Tonelli

con la collaborazione di Sara De Chiara e Laura Lionetti

 Ospite del quinto appuntamento dei Martedì Critici al Museo Pecci di Milano è Marco Gastini (Torino, 1938).

Tra i più importanti pittori italiani degli ultimi cinquant’anni, Gastini si forma artisticamente nel capoluogo piemontese, all’Accademia Albertina, dove frequenta il corso di Enrico Paulucci del gruppo dei Sei. Conosce e ammira la pittura di Francesco Menzio e diventa assistente di Umberto Mastroianni, prima d’intraprendere autonomamente la strada della pittura verso la fine degli anni Sessanta. Dopo un inizio post-informale e figurativo, l’artista avvia una nuova e personale ricerca nel clima delle tensioni sociali e libertarie maturato nel corso del sessantotto a Torino. La sua pittura se da una parte mira a portare avanti la tradizione, dall’altra cerca di decostruirla con la finalità di riattualizzarla in un secondo momento attraverso pochi e semplici elementi espressivi quali il segno, l’azzeramento cromatico e la presenza spaziale. La riflessione sul dipingere come atto di esplorazione e conoscenza e la ricerca di una spazialità che parte dalla relazione tra tela, colore e ambiente, resterà il motivo centrale nel corso di tutta la sua carriera. Questo lo porterà più volte a sconfinare dalla superficie della tela, per abbracciare con una pittura dalle forti pulsioni energetiche ed emotive, lo spazio – ambiente delle pareti di Musei e gallerie di tutto il mondo, fino a diventare puro segno-colore luminoso (il suo famoso blu oltremare) com’è avvenuto recentemente in occasione dell’installazione realizzata per l’edizione 2009 di “Luci d’artista” a Torino.

Per la serata dei Martedì Critici verrà ripercorsa insieme a Gastini tutta la sua vicenda artistica, dagli esordi fino ai nostri giorni: dall’apprendistato con le tecniche trasmesse dal padre marmista, al periodo degli oggetti “umani” inclusi nelle tele a partire dagli anni Ottanta fino alle ultime opere realizzate con la tecnica della terracotta, lontana reminiscenza dell’artista.

Gastini ha esposto due volte alla Biennale di Venezia: con una sala personale nel 1976, e poi nel 1982. Lo stesso anno la Städtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco di Baviera gli dedica la prima grande retrospettiva alla quale ne seguiranno tante altre allestite nei maggiori Musei e spazi istituzionali italiani e internazionali.

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I MARTEDÌ CRITICI – PAOLO ICARO

PAOLO ICARO

26 marzo 2013, ore 19.30

Museo Pecci, Milano

a cura di Alberto Dambruoso e Marco Bazzini

con la collaborazione di Sara De Chiara e Laura Lionetti

Ospite dell’ottavo appuntamento dei Martedì Critici al Museo Pecci di Milano è Paolo Icaro (Torino, 1936).

Dopo l’esordio a Roma nel 1962, Icaro si trasferisce a New York dal 1966 al 1968, dove nascono le Forme di spazio, le cui strutture di profilati metallici saranno celebri con il nome di Gabbie. A Roma espone presso la Galleria La Tartaruga nel 1967 ed è invitato da Celant a partecipare alla mostra Arte povera Im Spazio a Genova, dove l’artista si è trasferito una volta tornato in Italia. Le sculture e le installazioni di Icaro sono basate sulle misure e sulle proporzioni del corpo umano, parametri che offrono una indagine sul rapporto dell’uomo con lo spazio che lo circonda e sulla sua capacità di plasmarlo. I materiali impiegati dall’artista, dalla terracotta al gesso, dal metallo al legno e alla carta non sono inerti poiché conservano l’impronta umana dell’autore che li ha creati. Le sculture vivono infatti in una costante tensione tra leggerezza e gravità, tra rigidità e morbidezza, dando vita a nuovi e inattesi equilibri. Dopo un decennio trascorso negli Stati Uniti, all’inizio degli anni Ottanta Icaro si trasferisce definitivamente in Italia, e oggi vive e lavora a Tavullia (Pesaro).

Sono numerose le importanti mostre a cui Icaro ha partecipato, dal Teatro delle mostre, Galleria La Tartaruga, Roma (1968) a When Attitudes Become Form, curata da Harald Szeemann presso la Kunsthalle di Berna (1969). Nel 1982 tiene una mostra personale al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano e nel 1995 Danilo Eccher cura una sua mostra antologica alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Trento. Tra le mostre collettive ricordiamo Au rendez-vous des amis. Identità e opera, a cura di Bruno Corà, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato (1998). Tra le recenti mostre personali ricordiamo Le pietre di marmo, mostra omaggio nell’ambito della XXV Biennale di Scultura di Gubbio (2008) e Biografia ideale, Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro (2009).

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I MARTEDÌ CRITICI – SERGIO RAGALZI

SERGIO RAGALZI

19 febbraio 2013, ore 19.30

Museo Pecci di Milano

a cura di Alberto Dambruoso e Marco Tonelli

con la collaborazione di Sara De Chiara e Laura Lionetti

Sergio Ragalzi nasce a Torino nel 1951 ed esordisce sulla scena contemporanea dell’arte italiana all’inizio degli anni Ottanta, con mostre personali e collettive tra cui quelle presso la Galleria L’Attico di Roma, con la quale avrà nel corso degli anni un rapporto privilegiato. È un sentimento di ingombrante, minaccioso e urgente dramma quello che accompagna la visione delle opere di Sergio Ragalzi. Ingombranti sempre, anche nei loro formati da cavalletto bidimensionali, per non dire di quelli più ambientali come le due Nature presentate nel 2012 presso lo Spazio Borgogno e il Museo Pecci di Milano.

Le iconografie di Ragalzi sono fantasmi neri carichi di ansia, personificati ora da una scimmia urlante, ora da un mostro postatomico, da un virus, embrioni, larve, siluri, bunker o da enormi insetti: tutte figure e oggetti che violentano la degradante normalità del quotidiano e della forma bella e rassicurante.

La scultura di Ragalzi sa essere spigolosa e morbida allo stesso tempo, ma prevalente nella fisiologia animale delle sue opere è il colore nero, spesso e fitto, quasi ogni sua opera fosse realmente un viaggio al termine della notte di celiniana memoria. E se di scultura di parla, nonostante l’essere alieno e altro della sua opera, lo testimonia il fatto che le sue installazioni  tridimensionali sono state inserite in importanti rassegne come La scultura italiana del XX in Italia, itinerante per tutto in Giappone tra 2001 e 2002. Per Ragalzi non c’è termine più preciso che definire le sue opere come ultimi ed estremi “oggetti ansiosi” della nostra contemporanietà, dove la realtà non è illustrata né descritta, ma arpionata direttamente nel fondo instabile e tragico della coscienza, colpevole e apocalittica, del nostro tempo.

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